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Un blog di Adriano Maini

America!

Ho da tempo idealmente destinato alla grande maggioranza degli statunitensi, che si tengono cara l'atroce consuetudine della pena di morte, che non si chiedono se ci sia qualcosa di sbagliato nell'avere una popolazione carceraria di tre milioni di rei (un cittadino ogni cento, dieci volte di più che in Italia!) in uno stato dove si vendono armi a tutti come se fossero noccioline e che vivono una vita fredda ed arida, fiocamente illuminata dall'evoluzione storica delle sdolcinate commediole hollywoodiane, quella colorita e volgare espressione che nella versione inglese tutti in tutto il mondo imparano subito. E che James Ellroy usò qualche anno fa a a marchiare quella barbara istituzione di sicuro nel caso specifico in conclusione di un suo agile libretto, nel quale, ricostruendone la tragica vicenda, spiegava come dall'alto della sua ormai acquisita fama di autore avesse inutilmente cercato di impedire l'esecuzione di un giovane di colore da lui ritenuto non colpevole. Solo che, da quel poco che so dell'attuale vita privata di Ellroy, dubito che sia in ogni occasione veramente contro la pena di morte

Ho da sempre sinceramente, ad usare un eufemismo, provato grande difficoltà, ma qualcosa del genere ho sempre nutrito anche per tante vicende e per tante rappresentanze ufficiali del consesso umano, a ritenere la nazione americana autenticamente civile, come ripetutamente viene affermato da fonti autorevoli in rapporto a leggi, consuetudini, comportamenti ufficiali per quanto attiene democrazia e legalità: e non solo per la sadica soddisfazione di governanti e governati di quel grande paese ad applicare proterviamente la pena di morte.

Da tempo mi tornano alla memoria due immagini contradditorie, forse in termini moderni maggiormente emblematiche di tanti travagli. L'interpretazione distorcente dell'inno americano fatta dalla chitarra di Jimi Hendrixx, oggetto subito di tanto scandalo, ma forse atto d'amore artistico per la propria terra natale. E la scena finale de il film “Il cacciatore” di Cimino, in cui quel gruppo di amici, pensando a due di loro morti perché diversamente travolti dalla follia della guerra in Vietnam, ascoltano la versione ufficiale di quella marcia musicale, ma non so (ambiguità della settima musa?) se si sentono stranieri e addolorati perché di origini slave o invece acriticamente inquadrati nella “american way”.

Alcuni autori hanno sostenuto che il genere western sia una potente metafora dell'amore per la natura e per la libertà individuale: sentimenti condivisibili di sicuro, ma poi un pensiero moderatamente civile corre subito al massacro dei nativi, che gli americani già iniziarono a perpetrare quando erano ancora sudditi di sua maestà britannica e che il loro cinema ha iniziato a compiangere solo da poco.

La storia e gli atti formali degli Stati Uniti, dalla Dichiarazione d'Indipendenza al contributo enorme arrecato per stroncare nella seconda guerra mondiale la minaccia nazi-fascista, sono ineludibili e chiari nei loro significati profondi. Ma altrettanto ineludibili e chiari sono o sono stati su un versante negativo altri fattori, quali (a trascurare un costantepregresso imperialismo) un apartheid, conseguente all'abolizione della schiavitù, durato in pratica sino ai nostri giorni, e un'esaltazione sfrenata di un competizionismo sociale ed economico, magnificato anche da filosofi e da storici dell'economia, nel quale probabilmente affonda le radici l'insensibilità diffusa, popolare ed istituzionale, con rare eccezioni, verso gli emarginati e i derelitti di ogni etnia.

Difficile sfuggire al fascino di certo cinema, di certa letteratura, di certa musica, anche di certa arte figurativa nordamericani. Ripensandoci, le ispirazioni più autentiche derivano dalle interpretazioni date alle incommensurabili contraddizioni di quel grande paese.

Amore e grande critica, se non, talora, odio, allo stesso tempo allora verso gli americani. Grande attenzione, sempre, comunque!

Così é la vita!

Via Gradisca

Il torrente Nervia scorre verso la foce tra gli alberi sfiorando in tangente Via Gradisca, nella zona di Ventimiglia (IM) che prende il nome da questo corso d'acqua, ma risulta visibile in pratica solo attraverso una griglia che sbarra il fondo – lato levante – di questa stradina. Tanti, tanti anni addietro, nonostante fosse già passata anche da quelle parti – novembre 1966 – una disastrosa piena, che meriterebbe un capitolo a parte, in quel punto era stato realizzato un notevole accumulo di terra e di ghiaia, accesso per uno sterrato, che diventava presto nulla di più di un sentiero, che terminava su una spiaggia pressoché selvaggia, nelle cui adiacenze spiccava in pratica come costruzione solo il deposito dei locomotori delle Ferrovie: quest'ultima zona oggi è stata tutta ristrutturata in meglio, con una pista ciclopedonale, collegata a levante oltre il corso d'acqua citato con un bel ponte in legno, ed altre significative pertinenze.

Via Gradisca, ancora. Piccolo rione di case di ferrovieri, al quale un mio conoscente ha dedicato righe intrise di nostalgia, in ispecie per la pregressa solidarietà popolare, ben presente anche a me. Non c'é più da poco, come mi faceva notare una volta Angelo P., l'alto traliccio, oggetto di spericolate arrampicate di Piero G.: io non ero in grado di risalirlo che per pochi metri. Accadeva sempre d'estate. Come per altri episodi da “ragazzi della Via Pal” a Bordighera, intorno alla Zona Bigarella, con me sempre più da spettatore che da protagonista...

A Taggia!

Qualche settimana fa parlando con Stefano O. non gli ho più chiesto particolari sulla documentazione circa la Festa della Maddalena (Madaena) a Taggia (IM), che la sempre gentile S. mi aveva pregato qualche mese fa di consegnargli.

A Taggia ci sono stato spesso negli anni, specie negli ultimi, ma mi sono rimasti molto cari i due passati là per lavoro poco dopo la metà dei ’70. In genere, libri, film, fatti e situazioni che mi appassionano in modo particolare mi rimangono molto sfumati nella memoria: quella Taggia, da me appena accennata, nel mio ricordo non fa eccezione.

Fu singolare che tra le persone del posto che talvolta rividi dopo quel bel periodo ci fossero degli ex dirigenti democristiani. Un nonno, ad esempio, ad una partita di mini-basket, dove era impegnato mio figlio. Un esercente, impegnato a livello provinciale nella sua Associazione. Un mio collega, per così dire, in un organismo istituzionale, dove io transitai nella mia nuova veste professionale. In quei giorni mia madre mi aveva appena consegnato i fogli, da lei ben conservati, di giornale del 1959 dove appariva la notiziola, da me ormai dimenticata, della mia partecipazione a Radio Squadra (guarda caso in tandem con la S.; come ho già qui raccontato!). Su quel quotidiano appariva anche un riferimento alla vittoria in una gara ciclistica di esordienti di questo nuovo collega: mi affrettai a portargli una fotocopia, che gli consegnai all’inizio di una riunione, così che si sprecarono collettivi scherzosi complimenti.

Non ho più seguito certe polemiche e certe vicende, ma a quei miei primi tempi vibrava ancora nell’aria il tentativo di secessione di Arma di Taggia. In molti, compreso il mio “ufficio”, era invalso l’uso di scrivere “Armataggia”, al posto di Taggia come nome ufficiale del comune. Forse a causa di una pertinente decisione delle autorità. Mi pare che oggi si sia tornati ad indicare solo Taggia. Di sicuro nell’uso comune per Taggia si intende il centro storico e per Arma di Taggia la parte a mare.

Forse ho fatto un po’ di confusione.

E forse su Taggia, intesa come territorio comunale, ho qualcosa in più da sviluppare.

Cerco oggi di concludere su qualche singolarità, mia e della vecchia Taggia. Dove almeno il ponte antico già allora me lo ero percorso ed ammirato più volte. Così come mi ammaliava, appena più in là, Villa Curlo. Tralascio, tuttavia, ora il discorso sui monumenti, che pur mi appassionano.

Non l’amico che faceva l’Università a Roma, dove mi sembra avesse assistito all’interruzione del comizio di Lama. Non l’amico che insieme al padre mi fecero apprezzare singolari piatti, locali e piemontesi, alcuni già allora probiti. Né altri amici e conoscenti. Nessuno mi fece mai pressioni particolari, per come io rammenti, perché io assistessi alle due Feste tradizionali della vecchia Taggia, quella di San Benedetto Revelli e quella legata, appunto, alla già citata figura della Santa Maria Maddalena del Bosco, Feste che meritano entrambe approfondimenti di ordine storico, comunque rinvenibili sul Web. Alla prima forse ebbi qualche vaga intenzione di prestare attenzione. Sulla seconda, invero, ho letto ultimamente molte pagine ben documentate. Su quella di San Benedetto, sui suoi “furgari”, soprattutto, avevo, invece, letto appassionate parole di un bravo giornalista, nativo del posto. I “furgari” sono (erano) piccoli fuochi d’artificio, realizzati alla buona da persone del posto, molto pericolosi, tanto è vero che negli anni causarono diversi gravi incidenti: al punto da essere (se ho ben capito) proibiti se in versione ancora conforme alla tradizione, dunque, tollerati se molto “alleggeriti”. Non ne avrei fatto cenno se proprio la settimana scorsa non avessi ricevuto in visione (credo!) privata delle magnifiche fotografie in bianco e nero dell’accensione di “furgari” alla svolta, più o meno, degli anni ’70, fotografie realizzate da una squadra di artisti, che hanno mancato di dare una diretta attribuzione alle loro immagini. Se risolvo qualche problema di forma, forse prima o poi provvedo io a pubblicare almeno uno o due di questi scatti!

Un modesto excursus

Sussiste un'immediata profondità del nostro mare, qui, nell'estremo ponente di Liguria, la stessa che, come mi spiegò una volta un amico di famiglia, nel mentre si faceva tornare alla memoria i viaggi sotto costa (negli anni '30 del secolo scorso) del piroscafo Rex, dovrebbe generare il fenomeno delle improvvise ed impreviste ondate che talora sconquassano litorale e passeggiata.

Subito mi venne in mente che, nel pur breve tratto che va da Capo Ampelio di Bordighera (IM) a Cap Martin già in Costa Azzurra, tale caratteristica trova significative eccezioni, rappresentate da inconsueti, di solito rocciosi, rialzi del fondale, al massimo a pelo d'acqua, teatri a volte per i conoscitori degli arcani di cospicue pescate di luassi (i branzini, in madre lingua) e di altre pregiate specie, e muti testimoni di relitti misteriosi ed antichi, spesso piratescamente trafugati: echi di storie, anche un po' leggendarie, che nel mio ricordo si uniscono ad altre storie, talora approdate a dignità letterarie, storie sentite in pregresse situazioni, di cui alcuni affabulatori e testimoni non sono più.

Senonché, alcuni di questi ultimi personaggi, insieme ad episodi dell'ultimo conflitto mondiale, che rimandano comunque al mare, quali la galleria dell'Arziglia (sempre in Bordighera) ad est trasformata in rifugio antiaereo e la morte della madre dell'autore per via di mitragliamento, da parte di un velivolo alleato, di innocenti civili (ignominia della guerra) sulla spiaggia di Latte a ponente di Ventimiglia, tornano insieme ad altri in un'opera dell'amico Carlo, che definire di personali memorie del periodo bellico e post-bellico sarebbe riduttivo: per chi é nato e cresciuto da queste parti si tratta di un incisivo contributo alla verifica quantomeno delle proprie radici civili e sociali.

Carlo è la persona che mi venne a cercare quel 12 dicembre 1969 per farmi unire a quel vigile moto di dignitosa e combattiva protesta che si stava levando nel Paese per difendere la democrazia repubblicana dai pericoli insiti nel vile attentato terrostico di quel giorno alla Banca dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano.

Una vita culturale di Bordighera (IM) che avrei voluto vivere direttamente

Le linee più generali degli aspetti di una certa pregressa vita culturale di Bordighera (IM) a me, sino ad allora ignaro per età e/o insipienza, erano già state tratteggiate da alcuni amici circa cinquant'anni fa, ma per lungo tempo non avevo mai pensato o non avevo più avuto occasione di approfondire.

Di grande rilievo in proposito mi sembra uno scritto del nipote di Guido Seborga – http://web.tiscali.it/GUIDOSEBORGA/ –, Claudio Panella, da cui attingo, per stralci, quanto segue:

Fin dagli anni '50 Bordighera è stato un centro culturale decisamente animato, e Guido Seborga passava spesso le sue giornate nei caffè del centro, intrattenendosi con coloro che diverranno i suoi compagni di una vita. Nei locali del Gran Caffè – ormai scomparsi – della Stazione, o del Caffè Giglio sull'Aurelia, poi del bar Chez Louis di C.so Italia, si è incontrata e formata più di una generazione di artisti liguri: oltre a quella di Seborga e dei pittori Balbo e Maiolino, che all'inizio degli anni '50 fondarono i premi delle “Cinque Bettole” per la pittura e per la letteratura, passando libri e stimoli a scrittori come Sanguineti e Biamonti, quella più giovane di Giorgio Loreti e Angelo Oliva, che insieme a Seborga scoprirono i poeti francesi, i surrealisti, gli esistenzialisti e la politica. Tutti i nomi sopra citati, e non solo, furono variamente influenzati dall'azione continua di formazione e incitamento all'organizzazione giovanile che Seborga portò avanti nella Bordighera di quegli anni. Nel 1956 Seborga, che già conosceva Francesco Biamonti e faceva parte della giuria delle “Cinque Bettole”, lo indusse a parteciparvi con la speranza che si mettesse in luce ... Seborga citava “le pagine scritte da certi giovani come Oliva, Lanteri, Loreti, per non dire del romanzo “Colpo di grazia” di Biamonti, dimostrano ampiamente che un clima di ricerca intellettuale i migliori giovani hanno saputo creare”.

Fu presente in varie occasioni un personaggio singolare quale fu Giacomo Natta.

Credo sia importante visitare il sito, curato in modo egregio da Alberto Moreno e da Marco Balbo, nipote di questo artista, dedicato a Giuseppe Balbo – www.giuseppebalbo.it – , non solo per ammirare belle opere di questo artista, ma anche per conoscere più da vicino un ponderato riepilogo delle iniziative culturali, svolte in Bordighera soprattutto nei primi anni '50.

Non si dovrebbe dimenticare il pittore Gian Antonio Porcheddu (https://www.bordighera.it/cultura/artisti/porcheddu).

Di sicuro scorderò in questo articolo di fare riferimento ad altri degni intellettuali.

Alla fine degli anni '50 nasce, poi, l'Unione Culturale Democratica, tuttora operante con grande impegno di Giorgio Loreti. Aggiungo, ma solo a titolo di esempio, dei nomi che vi furono e/o vi sono tuttora attivi: Paolo Del Monte, Joffre Truzzi, Sergio Gagliolo, Sauro Santilli, Francesco Biamonti, Angelo Oliva, Enzo Maiolino (https://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Maiolino), Elio Lentini (http://www.cultura-barocca.com/lentini.htm), Guido Seborga – https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Seborga –, Sergio Ciacio Biancheri, Matteo Lanteri.

Mi preme sottolineare che Presidente dell'Unione Culturale Democratica fu il professore Raffaello Monti [(Milano, 23 dicembre 1893; Bordighera, 15 maggio 1975). “Monti fu musicista di professione, specializzato nel violoncello, e compositore. Ebbe modo di studiare musica e perfezionare la sua arte in più Istituti e Città (Torino, Tolosa, Nizza) raggiungendo notevoli traguardi e incarichi di prestigio, tra cui quello di primo violoncellista al Teatro Regio di Torino e solista all’EIAR. La sua carriera precoce, iniziata ad appena 16 anni, continuò fino all’anno della sua morte nel 1975 con la composizione e orchestrazione di molte opere”. Valentina Donati], non solo insigne musicista, ma anche pacifista di intense frequentazioni con Aldo Capitini – https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Capitini -: di recente una notizia a prima vista non classificabile, su cui mi riprometto di tornare, mi ha fatto ripensare alla sua figura.

Racconti di guerra

Racconti di guerra, grande ingiustizia del mondo, sentiti in famiglia.

La Grande Guerra.

Dalla viva voce della nonna materna, che era slovena dei dintorni di Salona d’Isonzo (come si chiamava durante il famigerato ventennio) e, dunque, all’epoca suddita, al pari del futuro marito, dell’Impero Austro-Ungarico, appresi fanciullo di bambini del luogo trattenuti sulle linee del fronte dell’Isonzo al pari di donne ed anziani, feroce anticipo italiano delle persecuzioni e dei campi di concentramento loro riservati poco più di vent’anni dopo. Bambini in allora obbligati a sentire le grida di agonia dei feriti gravi abbandonati tra i reticolati delle trincee. Anziani considerati spie e trattati di conseguenza, salvati solo all’ultimo minuto dall’esecuzione. Stupri o tentativi di stupro. Morti in quel ramo di famiglia, compreso il bisnonno, per il conflitto o per altre conseguenze del medesimo. Ma io da adulto non ho più approfondito, purtroppo.

Su un fronte più lontano l’altro mio nonno, quello paterno, a combattere. Schivo di parole in merito, però, eccezione fatta per meticolosi chiarimenti tecnici resi al sottoscritto di ritorno da Gorizia. Già, ma la pandemia di spagnola della prima famiglia gli lasciò solo lo zio tragicamente destinato a perire più tardi in Russia. Particolari appresi da adulto. Pudori arcaici di famiglia.

Più sfumate le testimonianze dirette della seconda guerra.

La malaria (altre persone a me care ne soffrirono nella loro conseguente breve vita) del nonno materno, reduce dall’Albania, più o meno costretto ad indossare di nuovo la divisa del carabiniere.

Quali orrori avrà visto in tale veste? Un anticipo del suo espatrio clandestino in Jugoslavia per riabbracciare la madre, con particolari – i duri interrogatori dei “titini” che, ormai da tempo italiano, ma date le sue origini slovene, lo ritenevano un spia – conosciuti solo da mio padre per essere svelati tanti, troppi anni dopo?

Ultima guerra, mio padre, lasciata Ventimiglia (IM): i bombardamenti aerei a Napoli, la prima battaglia navale della Sirte: la fuga da Pola, 8 settembre 1943, della squadra della corazzata Giulio Cesare, la successiva destinazione ad altri incarichi, spesa a terra tra Taranto e Lecce. A lungo senza contatti con i genitori e, sino all’indomani dell’8 settembre 1943, con il fratello più piccolo, anch’egli in Marina. Il fratello più grande, che era nel Genio Ferrovieri, già morto (ufficialmente disperso!), come sopra accennato, nella sciagurata campagna di Russia, a dicembre 1942.

Da queste parti, in Riviera, ponente di Liguria, i civili in dura lotta per la sopravvivenza. Anche bambine di Bordighera (IM) a spingere carrette su e giù per il Col di Nava alla ricerca nel Basso Piemonte di farina in cambio di olio, cercando di evitare i feroci controlli tedeschi…

Bevera

Qualche anno fa, una volta letto l’articolo molto bello, che riporto qui di seguito, non avevo resistito, visto che sono di quella zona, alla tentazione di dire, su un mio blog che a quel tempo non era solo di fotografie come adesso, la mia. Ed oggi mi appresto a riprodurre sia quei bei pensieri che le mie considerazioni di allora. Ancora un aspetto: la località qui richiamata é, con certi suoi dintorni, Bevera, frazione di Ventimiglia (IM), nell’estremo ponente di Liguria.

Era così, mezzo secolo fa, la campagna intorno a casa, con la linea ferroviaria dismessa, che prima della guerra collegava la riviera con la Val Roja e Cuneo, dove ho vissuto i primi anni della mia infanzia. Era il nostro territorio di gioco, quando non esistevano la televisione, i videogiochi, i monopattini e avevamo a disposizione quei lunghi pomeriggi estivi, assolati cieli alti e striduli dal frinire assordante delle cicale che vegliavano su di noi appollaiate sui rami dei ciliegi. Oltre alle cicale non si sentiva altro, forse ogni tanto il latrato di un cane. Né aerei, né automobili, né motopompe, né motozappe. Il lavoro in campagna si svolgeva a mano e in silenzio. La terra si arava e dissodava col magaglio, l’erba falciata con la “serra” a schiena curva, lavoro da donne, il verderame alle viti veniva irrorato con una pompa di stagno, fissata sulle spalle e azionata dalla mano dell’uomo. Anche la gente allora era più silenziosa. Poche chiacchiere e a bassa voce. Strano come nella mia infanzia non abbia mai udito urlare nessuno. Anche i gesti erano misurati, dalla stanchezza che non concedeva sprechi. Per noi bambini c’era la terra, l’acqua, il cielo, le piante, gli animali selvatici, gli odori e la ferrovia abbandonata, col cancello che chiudeva il passaggio a livello ancora cigolante sui cardini che spingevano con tutta la forza delle nostre braccia per poi saltarci sopra appena presa la rincorsa. Gli odori. Lungo la massicciata cresceva rigogliosa una pianta infestante dal fusto poco più grande di un pollice con le foglie lanceolate, non ricordo il suo nome, ma l’ho sempre visto prosperare sui bordi delle ferrovie. Ne spezzavamo i rami più teneri per costruirci la capanna, il nostro rifugio segreto, imbrattandoci le mani del lattice bianco e appiccicoso che sgorgava dalle ferite della pianta e ci impregnava di un odore forte e nauseante che non ho mai dimenticato. Oggi la ferrovia è stata ripristinata, ma la casa e la campagna non ci sono più.

Una ligure

Mi ha colpito il testo in questione, perché nel luogo descritto passavo talora anch’io all’epoca: tutto corrisponde! Aggiungo il fascino per me bambino dei segnali ferroviari (antiquati) abbandonati, le spiegazioni di mio padre su alberi (“L’acacia é pericolosa! Tua bisnonna per la puntura di una spina d’acacia nel piede ha dovuto subire l’amputazione dell’arto!”) e su piante, le discese al fiume per bere in foglie verdi e fresche l’acqua sgorgante da polle litoranee. Qualche anno più tardi si andava da quelle parti a tirare quattro calci al pallone: la zona era ancora perfettamente fascinosa e si andava e tornava rasente il corso del Roia per sentirci in piena natura.

Il bel racconto allegato mi restituisce intatta la meraviglia che quei siti in me suscitavano ancor prima della gentile autrice. Solo non ricordo come facesse mio padre a portare sulla canna di una bicicletta da bersagliere me e mio fratello (sì che eravamo piccolini!) sino a bere dalle allora pulitissime acque del Roia, quelle che sgorgavano, come già accennato, tra le erbe profumate di una riva!

Da Saluzzo a Fontane

Tra le carte di famiglia ho di recente trovato una fotografia di un gruppo di persone davanti al Monumento ai Caduti della Grande Guerra di Cuneo, là in trasferta nel 1931 da Alassio, fotografia inviata da un partecipante con tutta probabilità a mio nonno materno.

Cuneo, per noi della Riviera dei Fiori, si può dire molto vicina, sì da sembrare banale diffondersi su memorie personali.

Rinvengo anche una cartolina, da me spedita all’epoca a qualche mio caro, dunque risalente a metà anni ’70, della vicina Boves. Da Wikipedia: “La città di Boves è tra le istituzioni decorate al valor militare per la guerra di Liberazione insignita il 22 luglio 1963 della medaglia d’oro al valor militare e il 16 gennaio 1961 della medaglia d’oro al merito civile per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale“.

Anche da Boves, non solo da Limone Piemonte, rigorosamente di settembre – prima non avrei potuto fare ferie (ed allora le potevo ancora usufruire non spezzate!) –, sono partito per girovagare per valli, borghi e case isolate, non escluse rapide puntate da amici a Torino. E mi sovviene un certo viaggio in autostop, compiuto ai primi di agosto del 1968, iniziato proprio attraverso località di cui qui sto dicendo!

Uno dei miei primi sconfinamenti nel Cuneese avvenne con una gita scolastica ai tempi delle medie inferiori, quindi, nei primi anni 1960, quando si arrivò sino a Saluzzo per ricalcare qualche orma di Silvio Pellico.

Non vale, certo, il concetto di prossimità per tutte le località della Provincia Granda.

Non ho mai viaggiato molto, per lungo tempo perché bloccato dagli impegni professionali. Oggi mi muovo poco, soprattutto perché miro a soddisfare la mia congenita pigrizia.

Rivedere e ripensare anche ad un passato non lontano geograficamente, come quello rappresentato da località della provincia di Cuneo, mi aiuta a misurare non solo spezzoni di vita, ma anche tanti aspetti di vita sociale e del costume.

Sono tanti ormai, ad esempio, abitanti di quelle zone ad avere casa, in genere seconda casa, su questo lembo occidentale di Liguria. Io stesso sono stato in affitto da persona di Boves, con la quale si finì per diventare amici. E fu emozionante ritrovarsi senza preavviso ad almeno una manifestazione di Partigiani.

Per associazione di idee di Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN), per via di una ricorrenza, effettuata il 21 ottobre 2013, della guerra partigiana di Liberazione, il cui rilievo morale, civile, storico ritengo fuori discussione, ho un ricordo molto intenso, non solo per il valore morale e storico dell’avvenimento, ma anche per il ritrovarmi tra tante care persone. Un appuntamento preparato con cura e dedizione dall’amico Dantilio Bruno, tuttora Presidente della Sezione A.N.P.I. di Ventimiglia (IM), nato in quei pressi, come racconta in alcuni suoi libri (ed almeno la prefazione di uno di questi l'ho pubblicata anch'io).

Anche quelle volte di Cosio d’Arroscia, ancora in provincia di Imperia, ma in prossimità della parte centro-meridionale della Granda e, quindi, di Frabosa Soprana, volte connotate da quei miei qui preannunciati brevi soggiorni, comportarono, più per le visite che spesso ci venivano fatte che per altro, rapide escursioni ad Ormea, Garessio. Mondovì…

Per non dire della linea ferroviaria Ventimiglia-Cuneo, ripristinata nel 1979, di cui alcuni dei ponti distrutti dai nazisti alla fine della guerra vidi già da bambino.

Forse avrei ancora tanti singoli aspetti, legati in qualche modo a quella provincia, da illustrare prima o poi...

Cabane

Si passava più o meno davanti ad una vecchia casa in pietra per andare da S., un bambino della mia età. Non molto lontando da dove abitava il ramo materno della mia famiglia, come ho già raccontato. A Bordighera (IM), certo. Se d'estate stavo da lei, la nonna, che là per qualche anno (ed ecco forse spiegata la lunga “latitanza” di cui in seguito a questo post) andava a cucire, mi ci portava nella zona richiamata, dove i genitori del mio amico gestivano un'azienda floricola. Ed i fiori, sessant'anni fa, venivano ancora coltivati alla grande dalle nostre parti.

Una cosa singolare, che mi era già capitata poco tempo prima con una cara compagna di scuola delle elementari, é che passarono decenni prima che ci si ritrovasse. E, come nell'altro caso, non sono stato io a riconoscere l'interlocutore, ma il contrario.

Eravamo stati, per così dire, paggetti nel gennaio 1956 al matrimonio di una mia zia materna. Ed ho penato alquanto a ritrovare la foto che documenta questo piccolo, grande avvenimento, ma alla fine ce l'ho fatta e gliel'ho mandata.

In quei lontani ed assolati pomeriggi era una grande avventura scorrazzare con S. in quella campagna. Oggi scomparsa, come sono scomparsi – come mi ha sottolineato in seguito suo cugino – due casolari di antica bellezza, per fare posto in terreni che quella famiglia aveva in affitto a nuove costruzioni.

Un aspetto di cui mi ricordo ora all'improvviso e che mi intrigava molto era contribuire, spostando piccoli arnesi di chiusura, al passaggio dell'acqua irrigua nelle canalette di derivazione al servizio della parte orticola della struttura. E intanto mangiare, crude, gustosissime (allora!) carote novelle!

L'acqua, certo. Il primo aneddoto che ho inteso sottolineare a S. – e lui non se lo ricordava – quando ci siamo rivisti concerne quella volta che ci avventurammo – nessuno dei due sapeva ancora nuotare! – nella grande vasca di raccolta dell'acqua piovana: anche per trovare frescura, ma soprattutto per compiere un'azione proibita, tanto é vero che la nostra prodezza venne individuata e redarguita in seguito al rinvenimento delle nostre mutande bagnate.

Da S. sentii in quei tempi suonare per la seconda volta in vita mia dei dischi, in questo caso a 78 giri, e mi imbattei nel marchio del cane davanti ad un grammofono. Giocai in prima assoluta a Monopoli, il cui esemplare S. conserva ancora.

Singolare ancora che S., mentre io – ripeto – lo avevo perso di vista, negli anni abbia frequentato i miei fratelli...

Non ho perso, invece, il ricordo di com'era la zona qui citata. Là, alle Cabane!

La novella Zenobia

Lady Hesther Lucy Stanhope (1776-1839) è stata una nobile viaggiatrice e avventuriera britannica, divenuta famosa per le incredibili vicende della sua vita in Medio Oriente. Una terra straordinaria che da fine '700 e primi '800 cominciò a rivelare ai suoi primi esploratori scientifici il suo fascino leggendario e lo splendore dei suoi reperti archeologici.

Lady Stanhope, infatti, fu proclamata – novella Zenobia – regina di Palmira, l'antica Tadmor, da alcune tribù di beduini e divenne una sorta di profetessa tra le comunità druse.

La “Revue des Deux Mondes” nel 1845 la descrisse come “regina di Tadmor, maga, profetessa, patriarca, capo arabo, morta nel 1839 sotto il tetto del suo palazzo sgangherato e in rovina a Djîhoun, in Libano”.

Era figlia dello scienziato Charles Stanhope, III conte di Stanhope, e di Hester Pitt, sorella del primo ministro britannico, William Pitt il giovane, grande nemico di Napoleone. Fu a capo – usanze dell'epoca! – della casata dello zio, scapolo: già questo capitolo della sua esistenza sarebbe significativo e da esplorare bene in sede storica.

“Giovane, bella e ricca”, secondo la descrizione di Lamartine in “Le Voyage en Orient”, che riportò con linguaggio icastico anche gli episodi più incredibili di devozione alla donna da parte di tribù del Medio Oriente, Lady Stanhope viaggiò in Europa a partire dal 1806, prima di visitare il Medio Oriente. Qualche fonte insinua a seguito di una delusione d'amore. E partì con un amante. In genere si pensa che non contrasse matrimonio – d'altronde l'età l'aveva superata! – per spirito ribelle.

Asia, dove pervenne dopo avere attraversato un Egitto ancora in rovina per la guerra condotta poco prima da Bonaparte, ebbe come tappe principali Gerusalemme, Damasco, Aleppo, Homs ( vale a dire l'antica Emesa in Siria, celebre per il culto solare del Dio El Gabal) e in particolare Baalbeck (l'antica Eliopoli o “città del sole”), siti dei quali in quel periodo altri viaggiatori, tra cui il Robinson, lasciarono inusitate testimonianze. E forse fu la prima persona a essere autorizzata dai pubblici poteri turchi a compiere scavi archeologici.

Lady Stanhope fu in corrispondenza con Lamartine, al quale raccontò della sua fede, una miscela di cristianesimo e di tradizioni orientali. Questa sorta di sincretismo venne poi dibattuto dal famoso poeta con un celebre visitatore della donna, il Visconte di Marcellus che le dedicò un intero capitolo delle sue “Rimembranze intorno all'Oriente”.

Ha ispirato produzioni letterarie, tra cui il personaggio di Althestane Orlof nel romanzo di Pierre Benoît La Châtelaine du Liban (1924).

Scrisse le sue memorie, pubblicate in inglese poco dopo la sua morte: meriterebbero invero una edizione critica in italiano, per comprendere meglio lo spirito di libertà e di avventura di questa donna, che seppe resistere alle feroci reprimende del mondo perbene del suo tempo.